La Sardegna è ostaggio, da almeno due anni, di una campagna di disinformazione sistematica a tema rinnovabili. Stanchi di sentire che le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici sono la causa di tutti i mali dell’Isola, e che la stessa vada difesa da un fantomatico “assalto”, abbiamo provato a raggruppare e smentire tutte le principali “Fake News”. Perché la vera speculazione in atto è in primo luogo politica, e in secondo luogo giornalistica, volta a mantenere lo status quo (carbone o gas) e i relativi privilegi.
Buona lettura!
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La Sardegna è già energeticamente indipendente e non ha bisogno di energie rinnovabili.
Falso. Ad oggi la Sardegna non è indipendente energeticamente: l’energia elettrica consumata oggi nell’isola proviene per lo più da fonti esterne, trasformate attraverso le centrali di Saras, Fiume Santo e Grazia Deledda, per il 75% della produzione totale dell’isola. Il resto è prodotto da fonti rinnovabili quali idroelettrico, solare e eolico. Le fonti esterne necessarie per produrre questa energia sono fossili: il syngas che viene prodotto dalla sintesi degli scarti dei prodotti petroliferi lavorati in Saras a Sarroch e il carbone a Fiume Santo (tra Stintino e Porto Torres) ed a Portovesme. Queste trasformazioni, oltre a produrre CO2, generano inquinamento che determina uno stato di salute delle persone che vivono in queste aree sicuramente al di sotto degli standard della nostra isola: non a caso le statistiche mostrano un’incidenza superiore rispetto alla media italiana di vari tipi di tumore.
Per ottenere l’indipendenza energetica la Sardegna ha bisogno di produrre in loco la propria energia e questo può essere fatto solo con le fonti rinnovabili.
Lo studio Free delle Università di ingegneria di Cagliari, Padova e Milano dimostra che tale indipendenza energetica sarebbe raggiungibile con 11 GWp di installato (7 GWp da solare e 4 GWp da eolico) e con 14 GWh di batterie di accumulo. Con l’entrata in servizio del Thyrrenian Link queste condizioni consentirebbero alla Sardegna di essere quasi del tutto autonoma e a 0 emissioni già entro il 2030.
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Si vuole produrre l’energia in Sardegna per poi esportarla all’estero.
Falso! La transizione energetica serve per eliminare le fonti di emissione di CO2 dell’isola, che è la regione d’Italia con le più alte emissioni procapite, e tutte le altre fonti di inquinamento determinate dalla combustione delle fonti fossili (come il syngas bruciato nella centrale Saras a Sarroch). Perché si agisce sulle fonti di produzione di energia? Perché la produzione di energia oggi rappresenta circa il 73% delle emissioni di CO2 del pianeta, pertanto agendo su queste fonti si va a contrastare in modo significativo e determinante la causa principale del riscaldamento globale. Gli impianti a energia rinnovabile sono impianti di produzione che vendono sul mercato dell’energia elettrica e, pertanto, le società che li realizzano devono vendere il loro prodotto per poter remunerare la loro produzione. Il mercato della Sardegna ha bisogno da qui al 2030 di 11 GWp installati e non di più: questo significa aggiungere 5.6 GWp di solare e circa 3 GWp di eolico. La Sardegna potrà esportare energia nel caso in cui ci fossero degli esuberi di produzione o importarne dal continente nel caso di deficit grazie ai cavidotti attualmente a disposizione e al futuro Thyrrenian Lynk che avrà una capacità di potenza massima di 1 GWp. Produrre di più rispetto al fabbisogno dell’isola non avrebbe senso e non sarebbe possibile, considerando i limiti fisici di capacità di export dei cavidotti e il fatto che comunque l’Italia, oltre ad avere già impianti di produzione di energia elettrica a gas molto performanti, si sta dotando di impianti di energia rinnovabile per soddisfare la domanda nazionale.
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Si vuole riempire l’isola di pannelli e pale eoliche.
Falso! Le energie rinnovabili devono andare sul mercato e come tutti i mercati si andrà a saturazione quando la domanda verrà soddisfatta dall’offerta. La domanda al 2030 sarà di 7 GWp installati di pannelli fotovoltaici (in particolare di agrivoltaici avanzati) e 4 GWp di turbine eoliche: questo significa circa 5000 Ha di terreni per il fotovoltaico (0.4% della superficie agricola totale per arrivare ai 5.6 GWp in più da solare) e 250 turbine offshore (per ottenere 3 GWp aggiutivi considerando turbine da 12 MWp ognuna). Si tratta di numeri trascurabili rispetto alle superfici dell’isola. Inoltre gli impianti, prima di essere installati, devono passare attraverso dei processi autorizzativi ministeriali molto complessi e lunghi (nell’ordine dei 4/6 anni) che prevedono analisi ambientali e paesaggistiche molto stringenti: mediamente solo circa il 15% dei progetti presentati in Sardegna vedono la luce, il restante 85% viene bocciato dalle autorità durante l’iter autorizzativo. Uno dei fattori più stringenti per l’approvazione è il cosiddetto effetto cumulo: oltre una certa quantità di strutture l’area vasta viene considerata satura e tutti i progetti presentati nella stessa area vengono bocciati dalle autorità: non sarà pertanto possibile avere aree con impianti estensivi, proprio a causa di questo parametro di valutazione.
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Le rinnovabili sono speculazione.
Falso! I progetti di energia rinnovabile sono i progetti meno remunerativi del mondo energetico.
Per valutare un investimento le società valutano vari parametri finanziari tra i quali ad esempio il TIR (Tasso Interno di Rendimento). Per esempio, per progetti agrivoltaici questo numero è dell’ordine del 7/9%, mentre per centrali di produzione elettrica a gas, a parità di costo del capitale, questo valore va attorno al 13/15%. Un altro esempio sono i progetti di produzione di idrocarburi come le piattaforme petrolifere che producono gas, le quali hanno un TIR dell’ordine del 30% di media: scoprire un giacimento di gas è un’operazione molto remunerativa e oggi sono tanti i giacimenti già scoperti che l’industria Oil&Gas vuole mettere in produzione, ma per fare questo servono mercati sicuri e a lungo termine.
I valori dei tassi di rendimento riportati fanno capire perché l’industria fossile non vuole lasciare spazio alle rinnovabili e il motivo di tante fake news diffuse dai media in questo momento in cui le rinnovabili iniziano ad essere econonomicamente sostenibili e a rappresentare una concorrenza seria al “cartello” dell’Oil&Gas.
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I sardi non guadagnano nulla dalle rinnovabili.
Falso! I sardi, come tutte le popolazioni che ospiteranno gli impianti, avrebbero molto da guadagnare con la transizione energetica. Oltre al beneficio diretto del miglioramento della salute dei propri abitanti (in particolare per le aree che ospitano le centrali termiche ma non solo) ogni cittadino vedrà il costo della propria energia elettrica abbassarsi. Il costo medio di vendita dell’energia elettrica diminuirà attorno al 40% grazie alle rinnovabili: infatti il costo di produzione di queste fonti è di molto inferiore rispetto a quello delle fonti tradizionali, e, pertanto, il prezzo dell’energia all’utente finale non potrà far altro che diminuire (secondo lo studio delle università di ingegneria di Cagliari, Padova e Milano nel 2030, se si farà la transizione, il costo dell’energia elettrica sarà di circa 66 €/MWh contro i 108,3 €/MWh del 2024). Questi abbassamenti di prezzo sono già evidenti nei paesi dove la transizione energetica è già ad uno stato avanzato, come per esempio la Spagna e il Portogallo. La riduzione di costo è dovuta prevalentemente a 3 fattori:
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Diminuzione di costo dei fattori produttivi, come i pannelli fotovoltaici e le batterie di accumulo ad esempio;
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Gratuità della materia prima (sole e vento) contro il costo notevole degli idrocarburi;
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Tasso di remunerazione degli investimenti molto più basso rispetto a quello delle fonti fossili, anche grazie alla numerosità di attori presenti nel mondo delle rinnovabili contro il monopolio degli attori dell’Oil&Gas.
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In più occorre aggiungere che con la definizione del prezzo dell’energia calcolato su base zonale (presto dovrebbe partire il nuovo calcolo) le regioni o zone d’italia che avranno più rinnovabili installate rispetto alle fossili godranno di prezzi più bassi.
Le rinnovabili inoltre attivano filiere produttive importanti sul territorio. Basti pensare alle professionalità necessarie per l’eolico offshore (operai specializzati, biologi, manutentori, avvocati, sommozzatori, ecc). Si tratta di professionalità che possono essere rivendute anche ad altri paesi data la posizione della Saregna al centro del Mediterraneo.
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Per avere l’energia necessaria per la Sardegna basterebbe mettere i pannelli sui tetti di case e capannoni.
Falso! Diversi studi, quali ad esempio quello del CNR (Centro Nazionale di Ricerca) dal titolo “Optimization of baseload electricity and hydrogen services by renewables for a nuclear-sized district in South Italy” dimostrano che anche utilizzando tutti i tetti disponibili sul territorio nazionale questi non potrebbero soddisfare il nostro fabbisogno di energia se non in piccola parte.
Ma c’è di più: senza i pannelli a terra in impianti di medie e grandi dimensioni il costo dell’energia salirebbe in modo notevole e vanificherebbe la convenienza della transizione energetica.
Vediamone le ragioni:
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I pannelli sui tetti, a parità di superficie, hanno una produzione elettrica notevolmente inferiore (dal 20 al 60%) rispetto a quelli a terra;
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Per soddisfare la stessa domanda di energia con pannelli sui tetti dovrebbero aumentare sia la capacità di accumulo a breve termine (del 30%) sia quelle a lungo termine (del 1000%) con un aumento di costi e di impatto sul territorio relativamente agli accumuli necessari per sostenere il sistema;
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Aumento dei costi degli impianti di produzione, pari a circa il doppio del costo degli impianti a terra: dal momento che questi impianti dovrebbero comunque essere installati da soggetti privati sarebbe da capire se questi stessi soggetti avrebbero interesse economico a installare dei pannelli sui propri tetti considerandone la non convenienza economica. Questi impianti sui tetti starebbero in piedi economicamente solo con interventi dello stato e incentivi andando, pertanto, a vanificare la convenienza economica delle rinnovabili rispetto alle fonti fossili.
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Le rinnovabili stanno in piedi solo grazie agli incentivi dei contribuenti.
Falso! Dopo anni di investimenti sulla ricerca tecnologica da parte di scienziati di tutto il mondo, oggi gli impianti di energia rinnovabile di media e grande taglia hanno una loro sostenibilità economica anche grazie alla riduzione di costo delle componenti degli impianti (in particolare la riduzione di costo per i pannelli FV e per le batterie). Gli incentivi di cui spesso si parla in realtà sono limitati ad alcuni tipi di impianti che affrontano delle gare competitive per aggiudicarsi una remunerazione fissa e predefinita andando a fare un proprio prezzo al ribasso rispetto alla base d’asta. Ad esempio l’ultima asta competitiva per il Fotovoltaico in Italia si è chiusa con un valore di base d’asta pari a 85 €/MWh contro un valore medio dell’energia venduta nel 2024 di circa 108 €/MWh. Questo significa che il prezzo di vendita dell’energia prodotta da FV per gli impianti che accedono a questi meccanismi di gara sarà inferiore di almeno il 20% rispetto al valore medio dell’energia prodotta prevalentemente da gas nel 2024. Questi meccanismi servono per fare in modo di garantire ai produttori una remunerazione fissa e sicura ma al contempo per assicurare ai consumatori un prezzo stabilmente più basso rispetto ai prezzi dell’energia, il cui prezzo è ancorato al gas, fonte non presente in Italia e il cui prezzo è volatile oltre al fatto che spesso proviene da paesi in guerra.
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Le rinnovabili non portano lavoro.
Falso! Le rinnovabili portano 5 volte più lavoro per Milione di € investito rispetto alla produzione di energia da centrali a combustione. Sono diversi gli studi che lo dimostrano (vedasi ad esempio lo studio BIRDIES dell’Università di Ingegneria di Cagliari) e che indicano come la Sardegna potrebbe godere di un aumento importante dei posti di lavoro grazie alla transizione energetica. Lo studio FREE delle Università di Ingegneria di Cagliari, Padova e Milano indica che, se si portasse avanti il processo di transizione energetica richiesto alla Sardegna, si avrebbero circa 23.000 unità lavorative aggiuntive (tra posti diretti, indiretti e di indotto) durante la fase di costruzione e circa 15.000 per quella di gestione degli impianti.
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Il fotovoltaico è consumo di suolo: verranno consumati più di 100.000 Ha produttivi della Sardegna.
Falso! Per raggiungere il fabbisogno di circa 5.6 GWp aggiuntivi al 2030 di fotovoltaico sarebbero sufficienti circa 5000 Ha, se verrà privilegiato il fotovoltaico a terra in aree industriali o cav, o circa 10000 Ha se prevarrà l’ agrivoltaico in aree agricole, il quale consente, per altro, di portare avanti le attività agricole senza “consumo di suolo”. Parliamo pertanto di numeri enormemente inferiori rispetto a quanto riportato dalla propaganda contro le rinnovabili e finanziata dalle lobby delle fossili per spaventare i cittadini.
L’ agrivoltaico (l’unico modo per realizzare impianti a terra in area agricola dopo l’emanazione del DL Agricoltura del luglio 2024) non comporta consumo di suolo, rappresentando un sistema che prevede la compresenza delle due produzioni, quella agricola e quella di produzione energetica. Le autorizzazioni per questo tipo di impianti prevedono che l’attività agricola debba essere obbligatoriamente proseguita e debba essere fruttuosa, pena il decadimento del titolo autorizzativo e il blocco della produzione elettrica.
Anche nel caso più estensivo dell’installazione di soli impianti agrivoltaici (circa 10.000 Ha) parleremmo comunque di circa lo 0,4% della superficie dell’isola.
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I pannelli e le pale eoliche non verranno smaltiti ma abbandonati quando non serviranno più.
Falso! Per legge ogni titolo autorizzativo viene rilasciato solo a fronte del pagamento di costose fideiussioni bancarie per riportare lo stato dei luoghi alla fine della produzione (mediamente 35 anni) allo stesso stato di come li si è trovati.
Inoltre sia i pannelli FV che le pale eoliche ormai hanno dei sistemi di riciclo completi che permettono di recuperare quasi il 100% del materiale per trasformarlo in materia prima seconda. Se anche la legge non imponesse un obbligo di recupero dei materiali a fine vita, questo verrebbe comunque fatto perché i materiali di cui sono composti gli impianti hanno un valore economico importante come materiale di riciclo (ad esempio il rame e l’argento contenuti dei pannelli FV e nei cavi elettrici oppure il carbonio e l’acciaio delle pale eoliche).
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Le aziende che fanno questi progetti usano delle società fittizie con sedi fuori dalla Sardegna.
Falso. Le società che vengono utilizzate per presentare questi progetti sono cosiddette società di scopo, e di solito sono delle srl con capitale sociale di 10.000 € come qualunque altra società appena fondata che opera sul mercato e che versa il capitale sociale minimo richiesto dalla legge. Queste società fanno però parte di società più grandi, dette holding, che hanno una struttura e una capacità finanziarie adeguate per portare avanti i progetti che devono sopportare dei costi autorizzativi importanti: mediamente per portare avanti un progetto di media/grossa taglia il capitale di rischio è dell’ordine dei 25.000/MWp, capitali che servono per pagare i professionisti (spesso locali) che preparano la documentazione richiesta dagli enti per sviluppare i progetti. Per un progetto di 20 MW parliamo mediamente di circa 500.000 € che vengono erogati attraverso le società di scopo ma che vengono pagati dalle società madri che hanno la liquidità necessaria per spendere questi soldi. Questi capitali sono completamente a rischio in quanto non c’è nessuna certezza che il progetto verrà autorizzato: anzi, la media per la Regione Sardegna è di un 85% di progetti bocciati, che quindi non vedranno mai la luce. Per un progetto eolico offshore una valutazione di impatto ambientale (VIA) richiede circa 20 milioni di euro che le aziende rischiano senza alcuna certezza di poterli recuperare.
Lo scopo di queste società è pertanto quello di portare avanti il progetto nella fase autorizzativa, per poi traghettarlo durante la fase esecutiva e di gestione, nel caso in cui venisse autorizzato, garantendo una flessibilità di gestione della stessa. Non esistono misteri, le società che controllano le società di scopo sono del tutto note e registrate regolarmente all’agenzia delle entrate dietro presentazione di adeguata documentazione attestante solidità finanziaria e rispondenza ai requisiti di legalità definiti per legge.
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I terreni necessari per gli impianti Fotovoltaici vengono espropriati a insaputa dei proprietari
Falso! I terreni per questo tipo di progetti sono sempre nelle disponibilità delle società proponenti che pertanto, precedentemente alla consegna della documentazione autorizzativa agli enti, devono aver contrattualizzato le superfici, attraverso dei contratti registrati dal notaio a fronte di un pagamento di caparre a fondo perduto. Queste caparre variano a seconda dei terreni, nell’ordine di grandezza di 1000€/Ha/anno. Pertanto, per un progetto su 10 Ha di terreno, per un periodo di 3 anni (durata tipica dei contratti preliminari) il proprietario incassa 30.000 € di caparra per dare la sola disponibilità alla società proponente di presentare il progetto agli enti preposti per la loro valutazione. Se poi il progetto viene approvato dagli enti preposti il contratto preliminare si trasforma in definitivo e i valori di questi contratti si aggirano attorno ai 4.000 €/Ha/anno: quindi per un terreno di 10 Ha parliamo di 40.000€/anno che vengono pagati al proprietario dei terreni, un valore sempre molto al di sopra dei valori di resa economica agricola per quei terreni. Nel caso di Agrivoltaico poi i terreni devono essere coltivati (e di solito, se disponibile, questo lo fa lo stesso proprietario dei terreni) e i proventi della coltivazione vanno alla società agricola, che può anche richiedere i titoli PAC della comunità europea a sostegno della produzione.
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Il gas è necessario per fare la transizione in Sardegna.
Falso! Uno studio realizzato nel maggio del 2025 e condotto dal Coordinamento Free attraverso le analisi portate avanti dalle università di ingegneria di Cagliari, Padova e Milano dimostra inequivocabilmente che la Sardegna può fare la propria transizione energetica senza il gas. La Sardegna non ha il gas come materia prima e non ha le infrastrutture per l’approvvigionamento o per il trasporto.
La Regione Sardegna invece vuole far spendere ai contribuenti italiani 2.5 miliardi di € per realizzare un gasdotto che dovrebbe realizzare SNAM (società a partecipazione statale) per portare il gas dal centro al sud della Sardegna, ma questa infrastruttura, oltre ad essere costosa, sarebbe anche inutile perché andrebbe a trasportare gas non necessario all’economia dell’isola. Inoltre il gas verrebbe contrattualizzato attraverso dei contratti “take or pay” per periodo lunghi (di solito 20 anni), il che significa che la nostra regione dovrebbe impegnarsi a pagare il gas per tutta la durata del contratto anche se non dovesse importare il gas. La materia prima poi arriverebbe in Sardegna attraverso navi metaniere, che trasporterebbero il gas allo stato liquido, per poi stoccarlo in navi gasiere, da installare nei porti di Porto Torres e Oristano, con importanti costi da sostenere e con rischi per la sicurezza dei cittadini per via di possibili esplosioni.
In realtà però, per produrre l’energia elettrica necessaria a soddisfare i fabbisogni dell’isola basterebbero 11 GWp totali di energia rinnovabile e 14 GWh di batteria, la cui materia prima è a costo zero. Il costo di realizzazione di queste infrastrutture non verrebbe sostenuto dai contribuenti ma dalle società investitrici e i benefici di azzeramento delle emissioni inquinanti e la riduzione dei costi dell’energia andrebbero a beneficio di tutti i cittadini della Sardegna, oltre ad una ricaduta lavorativa almeno 50 volte superiore rispetto alle infrastrutture del gas. Inoltre questi impianti possono essere realizzati anche da imprenditori sardi mentre il gasdotto e i rigassificatori sarebbero appannaggio di grosse multinazionali che hanno l’obiettivo di portare a casa “soldi facili” con le tasse dei contribuenti. Sarebbe l’ennesimo imbroglio ai danni dei contribuenti sardi.
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Senza il gas dovremo rinunciare alla nostra produzione industriale.
Falso! Questo mantra viene ripetuto a riguardo delle produzioni industriali, che hanno bisogno di gas per gestire le loro attività di produzione con alte temperature (quelle del polo industriale del Sulcis attualmente sono ferme per i costi dell’energia). In primo luogo già oggi esistono sistemi elettrici che possono lavorare a temperature medio-alte senza l’utilizzo di combustibili (ad esempio, i caseifici della Sardegna possono già utilizzare tecnologie di riscaldamento con pompe di calore che garantiscono le temperature necessarie per le loro attività). Ci sono poi industrie, nello specifico quelle del Sulcis dedicate all’alluminio o piombo che hanno bisogno di alte temperature. Ci chiediamo intanto se nel 2025 abbia senso, per una regione come la nostra, avere delle industrie che lavorano materie prime provenienti da regioni remote del mondo per poi esportare quei prodotti verso altre aree del mondo: qui resterebbero i danni ambientali e poco lavoro mentre i profitti di quelle aziende andrebbero all’estero in quanto si tratta sempre e comunque di grosse multinazionali. Ma ammesso che riattivare queste industrie abbia un senso, è in dubbio la realistica fattibilità dell’utilizzo del gas, dal momento che l’Alcoa (giusto per citare un esempio) ha chiuso i battenti proprio per l’alto costo dell’energia dichiarando che per tenere in piedi i propri processi produttivi il costo dell’energia dev’essere al massimo di 25 €/MWh: considerando che il gas ha avuto un prezzo medio in Europa di 50 €/MWh ci chiediamo come sia possibile considerare una riapertura di queste aziende se non con una notevole iniezione di capitale pubblico che andrebbe a sostenere degli investimenti privati. Sarebbe l’ennesimo imbroglio per i sardi.
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È vero che le società che sviluppano impianti prendono incentivi per installare turbine e pannelli a prescindere da quello che producono?
Falso! Il decreto Draghi (199/2021) parla di incentivi ma si riferisce alla tariffa che viene pagata dal GSE in funzione dell’ energia prodotta auto consumata o immessa in rete. La tariffa è inferiore ai 90€/MWh. Il prezzo di mercato attuale è mediamente superiore ai 100€/MWh. Le due possibilità sono ovviamente alternative.
La scelta della tariffa GSE è meno rischiosa ma in genere meno remunerativa rispetto alla vendita sul mercato.
La vendita sul mercato, la cosiddetta Power Purchase Agreement – PPA, è in genere più remunerativa ma più rischiosa perché è legata al PUN (Prezzo Unico Nazionale).
In ogni caso, la remunerazione è proporzionale all’ energia prodotta e non a quella producibile. In nessun punto del DL 199/2021 si parla di incentivi sulla energia producibile.
Per cui é un FALSO che i produttori presentino false analisi di producibilità solo per avere fantomatici incentivi.
Presentare analisi anemologiche falsate o analisi di irraggiamento gonfiate non porta al produttore alcun beneficio, anzi, solo problemi visto che può essere identificata come truffa.
Per esempio l’ultimo Decreto FER X Transitorio (30 dicembre 2024, n. 437) prevede che il supporto sia erogato tramite un “Contratto per Differenza (CfD)” della durata massima di 20 anni: se il prezzo di mercato dell’elettricità è più basso della tariffa concordata, lo Stato (GSE) compensa la differenza al produttore.
Se il prezzo di mercato è più alto, il produttore restituisce la differenza e ad oggi il bilancio è sempre andato a favore del GSE, cioè la tariffa concordata è molto più spesso inferiore rispetto al valore di mercato.
In sintesi pertanto gli incentivi non sono un importo fisso universale, ma tariffe per ogni MWh prodotto.
Per piccoli impianti (<1 MW) l’incentivo è stabilito da ARERA e riconosciuto direttamente.
Per impianti >1 MW, si parte da una tariffa base indicativa (es. 80 €/MWh per fotovoltaico) e si aggiudica l’incentivo tramite aste competitive a ribasso (vuol dire che per poter entrare bisogna offrire un ribasso rispetto a questo valore). Il meccanismo dura 20 anni e funziona come un contratto per differenza.
Che senso avrebbe quindi dichiarare che in una certa posizione geografica ci sia più vento del reale? Se quell’aerogeneratore non produce energia perché il vento è più basso, avrà anche meno soldi. La merce di scambio è l’energia prodotta.
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